È giunto il momento di rispondere alle domande che assillano le labbra dei marocchini espatriati, domande che non possono più essere rimandate né sepolte nei cassetti della cortesia. Noi, marocchini all’estero, non siamo un fenomeno passeggero, né una comunità stagionale convocata al momento del bisogno e dimenticata dopo le vacanze estive. Siamo l’estensione di questa patria in terre lontane, i suoi custodi silenziosi nell’esilio della lingua e dell’identità.
Non chiediamo privilegi, ma un semplice diritto: il diritto di chiedere.
E qui inizia la preoccupazione: abbiamo davvero il diritto di porre domande ai funzionari eletti e ai leader politici? E se lo facessimo, qualcuno risponderebbe? C’è qualcuno, dentro o fuori dal parlamento, che considera l’espatriato marocchino un cittadino con piena voce in capitolo, non solo un numero nei resoconti finanziari?
Dov’è l’ufficio di rappresentanza della comunità a Parigi?
E dove mette la comunità il suo pesante bagaglio di domande?
Cerchiamo e troviamo solo vuoto, istituzioni senza finestre e porte che si aprono solo dall’interno. Il Consiglio della Comunità, nella sua forma attuale, sembra più una voce che parla a nome nostro che con noi. In base a quali criteri vengono scelti i suoi membri? Chi rappresentano? Perché questo prolungato silenzio su riforme e rinnovamento? Perché sembra che il tempo si sia congelato al momento della nomina, non a quello della responsabilità?
Siamo figli di un antico regno, la cui storia non è stata scritta ai margini, ma nel cuore del mondo.
Eravamo un impero e restiamo una nazione con profonde radici culturali e umanistiche. Come possono, allora, i diritti dei cittadini marocchini all’estero perdersi nel limbo burocratico?
Come può avere un centro culturale francese nelle sue città, ma non un centro culturale marocchino nelle città in cui risiede?
Come possiamo preservare i ponti del patriottismo, la memoria della storia e l’eredità del Regno, se non offriamo ai figli della diaspora uno spazio in cui possano respirare la loro lingua, la loro cultura e la loro narrativa?
Dove sono il Ministero della Cultura e i rappresentanti del Consiglio della Comunità in tutto questo? E dov’è il Consiglio Culturale Marocchino nelle capitali del mondo?
Come possiamo chiedere alla seconda e alla terza generazione di rimanere fedeli alla propria identità quando non diamo loro gli strumenti per esprimerla? Arriviamo quindi alla domanda più profonda:
A che punto siamo rispetto al discorso reale?
I discorsi del re Mohammed VI sono stati chiari nel loro appello a ripristinare la dignità dei marocchini residenti all’estero, a coinvolgerli, a proteggerli e a considerarli una forza propositiva di soluzioni.
Dov’è la tanto attesa Fondazione Muhammadiyah?
Perché la sua istituzione sembra essere rimandata a causa di ristrettezze politiche?
Aspettiamo forse le elezioni per ridistribuire le cariche ed escludere ancora una volta dalla scena l’intellettuale marocchino in esilio, come se fosse una comparsa linguistica senza alcun bisogno?
Condanniamo il silenzio dell’esecutivo, le carenze istituzionali e la mancanza di trasparenza nelle questioni che riguardano milioni di marocchini all’estero.
Basta silenzio.
Basta gestire i nostri affari per procura.
Basta con le domande lente e insistenti dell’espatriato marocchino.
Vogliamo che queste questioni vengano affrontate in Parlamento, non ai margini della nazione.
Vogliamo risposte, non affermazioni generiche. Vogliamo istituzioni vive, non nomi senza anima.
Questa è la supplica di un espatriato, di un intellettuale, di un patriota, ardente d’amore per il suo Paese e per la sua appartenenza, che chiede solo di essere trattato come parte integrante del suo futuro.
Zakia Laaroussi
