Nel cuore di Parigi, dove la memoria si interseca con l’esperienza e l’arte respira dalle mura del quartiere del Marais, la mostra dell’artista marocchino Said Ouattar si presenta come un evento eccezionale che trascende il concetto di mera esposizione visiva, diventando un’esperienza sensoriale e spirituale completa. Qui, i dipinti non sono semplicemente appesi per essere guardati, ma per essere ascoltati, per essere toccati e per entrare in un dialogo profondo con lo spettatore, come se l’arte stesse rivendicando la sua funzione primaria: rivelare ciò che è nascosto nell’umanità e nel mondo.
In questa mostra, i dipinti di Said Othtar non restano in silenzio sulle pareti; sono esseri vibranti, che ti guardano con occhi nascosti, parlandoti prima che tu parli. Questi dipinti non conoscono l’immobilità. Sono abitati da un’energia interiore selvaggia, pulsante di colore e piena di movimento. Non sono colori nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto energie ardenti, come frammenti di un sogno antico o resti di una leggenda andalusa perduta. Il rosso in essi non è un pigmento, ma un pulsare e una ferita aperta alla memoria. Il blu non è uno spazio visivo o un cielo, ma una profondità spirituale affine al silenzio. Quanto al nero, non è oscurità, ma saggezza accumulata nel tempo. Le sue linee si insinuano come un’antica traccia o un talismano visivo che evoca il mito. Le figure dell’artista, liberate dal realismo e dai vincoli dell’anatomia, sembrano emergere da un sogno collettivo: volti frammentati ma intensamente presenti, che portano i tratti dell’umanità nella sua ansia, gioia, sconfitta ed estasi.
Said Ouattar, artista e ricercatore universitario, lavora sulla tela come un mistico lavora sul suo stato spirituale: rapimento, rivelazione, poi un ritorno carico di segreti. Le sue figure sono frammentate, prive di anatomia realistica, ma intensamente veritiere, come se fossero appena emerse da un sogno collettivo o da una memoria universale che non conosce geografia.
Ciò che distingue davvero l’opera di Oattar è questo linguaggio espressivo unico, che non appartiene a nessuna scuola particolare, ma piuttosto stabilisce uno spazio artistico indipendente. Le sue pennellate ricordano i ritmi dei tamburi africani, a volte feroci, a volte gentili, ma sempre autentici. Le linee si scontrano e poi si abbracciano, le forme si disintegrano solo per essere rimodellate, e la tela si trasforma in un palcoscenico mitico dove corpo e anima si impegnano in un dialogo eterno. È un’arte fuori dal tempo, che trae la sua rilevanza non dalla moda ma dalla sua capacità di toccare il cuore stesso dell’umanità. Ecco perché i suoi dipinti appaiono come uno specchio per lo spettatore: ognuno vede in essi ciò che nasconde dentro di sé.
Accanto alle opere di Said Ouattar, la mostra presenta sorprendenti esperienze artistiche internazionali: le ceramiche di Philippe Canal, che celebrano la materia; le fotografie di Gao Wenshlu, che trasformano l’obiettivo in uno strumento di contemplazione; e le opere di Yukimi Sasaki, che parlano della profonda tranquillità giapponese. Tuttavia, la presenza travolgente dei dipinti di Ouattar li rende il cuore pulsante della mostra, l’asse attorno al quale ruotano tutte le altre voci. Le serate musicali, vocali e intellettuali, che spaziano dal jazz al canto, dalla filosofia alla performance teatrale, hanno ulteriormente accresciuto la magia di questo evento, trasformando la Rare Gallery in un santuario artistico dove la musica si fonde con il colore, il pensiero con l’intuizione e la celebrazione con la contemplazione.
Una leggenda visiva dispiegata durante le festività natalizie, tra le luci di fine anno, questa mostra è arrivata per aggiungere un diverso tipo di gioia a Parigi: la gioia della scoperta. È una celebrazione dell’arte come forza di salvezza e della pittura come spazio di libertà assoluta. Non c’è da stupirsi che questa mostra abbia attirato un pubblico così vasto e un’attenzione così significativa, perché ciò che Said Outtar presenta non è una semplice opera d’arte, ma un’esperienza esistenziale, un viaggio nella bellezza selvaggia e nel mito che risiede nell’umanità. È una mostra da cui il visitatore esce intriso di colore, come se emergesse da un lungo sogno: un sogno marocchino nello spirito, universale nella portata e indimenticabile nel suo tono mitico.
Zakia Laaroussi
