Mario Delpini, il pastore disarmato: sobrietà, incomprensione e fedeltà evangelica

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Gen 4, 2026 #religione

Nel giorno del suo primo saluto come arcivescovo di Milano, Mario Delpini si presentò senza testo scritto, con parole semplici, quasi disarmate. Disse di sentirsi “un po’ smarrito”, chiese preghiera, aiuto e consiglio, e ricordò che il messaggio fondamentale da offrire alla città era uno solo: “ricordarsi di Dio”. In quelle frasi improvvisate c’era già tutto il suo episcopato: sobrietà, autoironia, consapevolezza dei propri limiti e una radicale fiducia nel popolo di Dio. Oggi, mentre il suo mandato volge al termine, è possibile tentare una valutazione complessiva di una figura che è stata, forse più di altre, apprezzata ma non compresa fino in fondo.

Delpini non ha mai cercato la solennità esteriore. Anche quando ha sorriso sui nomi altisonanti dei suoi predecessori – Angelo, Dionigi, Carlo Maria, Giovanni Battista – contrapponendovi con ironia il suo “Mario”, apparentemente banale, non stava banalizzando il ruolo, ma desacralizzando l’ego. Era un modo per dire che il vescovo non è un principe della Chiesa, ma un prete tra i preti, un uomo tra gli uomini. Questo stile, tuttavia, non sempre è stato accolto con benevolenza. Ma in realtà in perfatta sintesi con lo “spirito milanese ” che abbiamo perduto . L’essere “ambrosiano” vuole dire appartenere ad un mondo di tradizione forte e talvolta severa (per chi viene dal rito romano) come quella ambrosiana. Ma lo “spirito ambrosiano” è la semplicità può essere scambiata per leggerezza, e l’ironia per mancanza di gravitas.

In questo mi sento di dire che Mons Delpini abbia incarnato lo spirito “ambrosiano” . Quell’animo capace di tramutare le cose serie ( che e per un romano sono gravi , pesanti e oppressive ) in un momento di sfida . Fedele ad Ambrogio sa bene , che  la crisi, sia quella personale che quella collettiva (economica, sociale, spirituale), non come una condanna, ma come un invito a rimettersi in gioco, a riscoprire i valori essenziali e a costruire un futuro migliore

Le cosiddette “battute” di Mons Delpini – le storielle, l’autoironia, gli episodi raccontati in pubblico – hanno diviso. Per alcuni sono state un modo efficace per avvicinare il Vangelo alla vita quotidiana; per altri, un registro inadeguato a contesti solenni. Eppure, quel linguaggio informale non era mai fine a se stesso: era uno strumento pastorale. Mons Delpini non ha mai cercato l’applauso, né l’effetto mediatico. Ha piuttosto tentato di scalfire la corazza dell’abitudine religiosa, di disarmare le difese, di parlare al cuore prima che all’intelletto.

Non solo queste battute , fanno parte dell’animo ambrosiano, servono nella cultura ambrosiana a rilanciare la sfida al mondo anche quando tutto sembra perduto. Anche davanti al mistero dalla morte i vecchi milanese hanno sempre riso. Ricordiamo il tram che portava i defunti al Maggiore , ribatezzato dal “gioconda”. l’irriverenza verso le statue che adornano la città.

Non sono facezie è lo spirto di Ambrogio che ha vissuto nel magistero di Mons Delpini . La battuta non serve per deridere serve per spronare e per certi versi per mettere a nudo il volto del “potere” sia esso economico o politico.

Il momento in cui questa cifra “disarmata e disarmante” è emersa con maggiore evidenza è stato durante la pandemia di Covid-19. In giorni di paura, di lutto e di isolamento, l’immagine dell’arcivescovo solo sulle terrazze del Duomo, ai piedi della Madonnina, rimane una delle icone spirituali più forti di quel tempo. La preghiera elevata a Maria non fu un gesto di evasione spirituale, ma un atto profondamente incarnato: dentro la sofferenza degli ospedali, dentro la fatica dei medici e degli infermieri, dentro le decisioni difficili della politica e della sanità.

In quella preghiera c’era tutta la teologia di Mons Delpini: il rifiuto di un Dio lontano, indifferente o vendicativo; l’insistenza su un Padre che dona lo Spirito; l’attenzione non solo al virus, ma alle altre ferite del mondo – la guerra, la miseria, le malattie curabili, le dipendenze. Anche qui, qualcuno non comprese. Si parlò di eccesso di spiritualizzazione, di parole troppo “aperte”, di mancanza di condanna esplicita. Ma Monso Delpini non ha mai creduto in una Chiesa che brandisce anatemi: ha creduto in una Chiesa che intercede, accompagna, consola.

Forse l’incomprensione che lo ha accompagnato nasce proprio da questo: Mons Delpini non ha offerto risposte semplici a domande complesse. Non ha diviso il mondo in buoni e cattivi. Non ha usato il linguaggio dell’emergenza permanente. Ha preferito abitare la complessità, accettare di apparire fragile, confessare la propria inadeguatezza. In un tempo che chiede leader forti e messaggi netti, lui ha scelto la via evangelica della mitezza.

I suoi testi – dalle meditazioni sulla vita, sull’amore, sulla gioia, fino alle parole pronunciate in occasione del funerale di Silvio Berlusconi – mostrano una profonda antropologia cristiana. L’uomo, prima di ogni ruolo, è desiderio: desiderio di vita, di amore, di gioia. Un desiderio che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento. Anche quando parlava di figure controverse, Mons Delpini non si è lasciato intrappolare nel giudizio politico o mediatico: ha ricondotto tutto all’essenziale, al mistero dell’uomo che incontra Dio.

Dire che Mons Mario Delpini “non è stato capito” non significa dire che sia stato un vescovo fallito. Al contrario. Spesso i pastori più evangelici sono quelli meno immediatamente decifrabili. Mons Delpini non ha governato con decreti clamorosi, ma con uno stile. Non ha lasciato slogan, ma tracce. Non ha cercato consenso, ma fedeltà al Vangelo. Non ha cercato neppure l’esposizione mediatica a tutti i costi, anzi, un po come Papa Leone oggi , ha voluto quasi scomparire come vescovo , come guida carismatica per fare emergere la Chiesa .

Non sarà stato il Vescovo biblista, il vescovo impegnato socialmente o il vescovo impegnato nella bioetica. Ha voluto essere, nello spirito sinodale che da sempre accompagna la Chiesa di Milano, un primo tra pari . Per questo lo reputo il più ambrosiano dei vescovi.

Ha voluto essere Ambrogio, in un certo senso fragile come lui nel momento in cui venne acclamato vescovo e tentò di fuggire da Milano. Si Mario ha voluto essere Ambrogio, con le fragilità del fondatore della nostra Chiesa .

Senza aver avuto il piacere di conoscerlo personalmente, si può tuttavia riconoscere che “don Mario” è stato un degno successore di Ambrogio anche per somiglianza di carattere, e per fedeltà alla missione: annunciare Cristo in un tempo difficile, con parole sobrie, a volte spiazzanti, sempre oneste. Forse il tempo, più dei commenti immediati, aiuterà a comprendere meglio la portata del suo ministero. E a riconoscere che, dietro quel sorriso discreto e quelle parole disarmate, c’era un pastore profondamente radicato in Dio e profondamente innamorato dell’uomo.

Marco Baratto

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